Vacanza Yoga a Pantelleria: il mio viaggio tra i cinque elementi

Una settimana di yoga, natura ed escursioni nella perla nera del Mediterraneo, alla scoperta di un'isola dominata da terra, acqua, fuoco, aria ed etere.

Ci sono viaggi che ti restano dentro. E Pantelleria, per me, è stato uno di questi. Ho immaginato questa vacanza yoga come un cammino attraverso i cinque elementi — terra, acqua, fuoco, aria ed etere — lasciando che fosse l'isola stessa a guidarci. E raramente un luogo si è prestato così perfettamente a un'idea: perché Pantelleria questi elementi non li racconta soltanto, li è. È una terra vulcanica nata dal fuoco, circondata dal mare, spazzata dal vento, punteggiata di vapori che salgono dalla roccia. Una minuscola isola in mezzo al Mediterraneo capace di offrire una biodiversità immensa, quasi impensabile per le sue dimensioni. Ti racconto com'è andata, giorno per giorno.

Sabato 27 giugno: l’arrivo, tra un tuffo e la prima cena insieme

Gli arrivi sono stati scaglionati durante tutta la giornata. Io facevo parte del gruppo arrivato prima, e questo mi ha dato il tempo prezioso di ambientarmi, respirare l’aria dell’isola e concedermi persino una capatina al mare con un bel tuffo rinfrescante — il primo contatto con quell’acqua che ci avrebbe accompagnato per tutta la settimana.

La sera ci siamo finalmente ritrovati tutti a cena al Ristorante Marrone a Scauri, uno dei borghi marinari dell’isola. È stato il nostro primo momento insieme: facce ancora da conoscere, un po’ di timidezza, la curiosità di capire chi avremmo avuto accanto per i giorni successivi.

Domenica 28 giugno: la Terra e lo Specchio di Venere

La pratica yoga è iniziata dal secondo giorno. E non è stato un caso partire dall’elemento Terra: dopo il trambusto del viaggio, avevamo bisogno di radicarci, ritrovare stabilità, sentire di essere davvero atterrati. Questa prima pratica è servita anche a “tararci” a vicenda: a conoscerci, a capire — da entrambe le parti — cosa ci aspettava.

Abbiamo iniziato presto, perché alle 9 avevamo appuntamento con Peppe, la nostra guida, per la prima escursione: lo Specchio di Venere.

Lo Specchio di Venere è uno dei luoghi simbolo di Pantelleria: un lago che occupa un’antica caldera vulcanica, alimentato da acque piovane e da sorgenti termali sotterranee. Le sue acque, dai riflessi turchesi e smeraldo, sono ricche di fanghi sulfurei che ci si spalma sulla pelle lasciandoli asciugare al sole prima di risciacquarsi nelle sorgenti calde. Un rituale di bellezza naturale che l’isola regala da millenni.

Qui abbiamo iniziato a conoscere un primo volto dell’isola — e a sciogliere il ghiaccio tra noi. Anche se l’escursione era prevista per mezza giornata, e Peppe ci ha salutato all’ora di pranzo, noi siamo rimasti lì tutto il giorno. Abbiamo mangiato da Marai, un bar proprio sulla sponda del lago dove ci siamo trovati benissimo, e tra un bagno, una granita e una partita a calcio balilla la giornata è scivolata via dolcemente, fino all’ora della seconda pratica: uno Yin Yoga serale per lasciar sedimentare tutto.

La sera, di nuovo a cena al Marrone di Scauri.

Lunedì 29 giugno: l’Acqua e il giro dell’isola in barca

Sull’isola comanda l’isola. La gita in barca, che avevamo in programma per venerdì, è stata anticipata a lunedì: il maestrale era in arrivo, e con lui il mare sarebbe diventato troppo mosso. Ci siamo adattati, perché a Pantelleria si impara presto ad ascoltare la natura e a seguirne i tempi.

Al mattino abbiamo praticato sull’elemento Acqua: una sequenza energica e fluida, fatta di movimenti che scorrono come onde, per sintonizzarci con la fluidità e l’adattamento — proprio le qualità che l’isola ci stava chiedendo.

Poi siamo partiti per il giro dell’isola in barca. Un’esperienza bellissima, durata l’intera giornata, coccolati dall’acqua del mare e dallo staff dell’imbarcazione che ci ha deliziato con ottimo cibo e vino locale. Vista dal mare, Pantelleria mostra un altro volto ancora: le sue coste frastagliate di roccia lavica nera, gli archi naturali, le grotte scavate dalle onde, le scogliere a picco sul blu. Tra un tuffo e una pausa, tra una chiacchiera e un momento di silenzio, siamo tornati sulla terraferma giusto in tempo per la cena — ancora una volta al Marrone di Scauri.

Martedì 30 giugno: il Fuoco e il bosco incantato di Montagna Grande

La giornata in barca si è fatta sentire: eravamo tutti stanchi. Ma la voglia di praticare non mancava, e così ho chiesto al gruppo di tirare fuori quell’energia che nemmeno sapevano di avere. Perché era il giorno dell’elemento Fuoco — quello della trasformazione, della volontà, del coraggio di accendersi anche quando sembra di non averne la forza.

Dopo la pratica ci siamo ritrovati in centro a Scauri per l’escursione a Montagna Grande, la vetta più alta dell’isola: 836 metri di origine vulcanica. Essendo un antico cratere, ha dato vita a un ecosistema davvero particolare, un bosco incantato dove il verde acceso degli alberi si intreccia al nero delle rocce laviche. Qui la vegetazione è sorprendente: lecci, pini, macchia mediterranea fittissima, un microclima fresco e umido che sembra impossibile su un’isola così esposta al sole.

Eravamo tra cielo, terra e acqua: sembrava di stare in alta montagna, ma bastava alzare lo sguardo all’orizzonte per scorgere il blu del cielo fondersi con quello del mare. Il posto ideale per fermarci e creare un momento di connessione: un cerchio e una meditazione insieme, immersi in quello che tutti abbiamo ribattezzato il bosco degli elfi.

Al termine del giro Peppe ci ha salutato. Al ritorno, qualcuno è andato al mare, qualcun altro ha preferito rientrare in struttura.

E la sera… la sera ci aspettava una cena da sogno. Eravamo da Udde, uno chef che ha trasformato la propria casa in un home restaurant. Siamo arrivati con le prime luci del tramonto in un posto incantevole, quasi tutto per noi, e abbiamo ritrovato anche Peppe, che avevamo invitato a cena. E qui è successa la magia: mia mamma ha confidato a qualcuno che una volta faceva i balli di gruppo. È bastato un attimo. La serata si è accesa, capitanata da lei che cercava di ricordarsi i passi guidando la ciurma tra schiamazzi e risate. Anche quella notte siamo andati a dormire tardi e stanchi — ma con il sorriso stampato in faccia.

Mercoledì 1 luglio: l’Aria, il maestrale e la costa di Gadir

Abbiamo iniziato la giornata con una pratica sull’elemento Aria. E nel frattempo il maestrale era arrivato davvero, ricordandoci con la sua forza quanto questo elemento sia protagonista sull’isola. L’aria a Pantelleria non è un dettaglio: è una presenza, un vento che plasma la vegetazione, che costringe i vigneti a crescere bassi e raccolti, che disegna il paesaggio.

Dopo la pratica, appuntamento con Peppe per visitare la costa di Gadir e la Vasca delle Ondine.

Gadir è un piccolo borgo di pescatori dove sgorgano sorgenti termali direttamente tra le rocce a bordo mare: vasche naturali di acqua calda affacciate sul blu, un altro dei doni vulcanici dell’isola. La Vasca delle Ondine, invece, è una piscina naturale scavata nella roccia lavica, che il mare riempie a ogni mareggiata. Quel giorno però non valeva la pena scendere: l’acqua era ristagnante. Ci avrebbe pensato il maestrale, nelle ore successive, a rinnovarla.

L’energia del gruppo, quel giorno, era un po’ anarchica: facevamo fatica a restare compatti, ognuno sembrava aver bisogno del proprio spazio. E non credo sia stato un caso: era arrivata la luna piena. La sera ci siamo ritrovati come sempre al Marrone, ancora elettrici. Il giorno dopo ci aspettava una giornata più libera e, per non rischiare di essere dispersivi, abbiamo deciso insieme un piano d’attacco, buttando giù un bel programma dettagliato.

Giovedì 2 luglio: l’Etere, l’Arco dell’Elefante e l’arte che nasce dagli elementi

Ci siamo svegliati con la pratica sull’elemento Etere, l’ultimo rimasto: quello dello spazio, del vuoto che contiene tutto, del ritrovare l’ampiezza dentro di noi. Quel giorno ce la siamo presa con più calma.

Dopo pratica e colazione, siamo partiti alla scoperta di uno dei luoghi più iconici dell’isola: l’Arco dell’Elefante, con le vicine Cala Levante e Cala Tramontana. L’Arco dell’Elefante è forse l’immagine cartolina di Pantelleria: una formazione di roccia lavica che si protende sul mare disegnando la sagoma inconfondibile di un elefante che immerge la proboscide nell’acqua. Un capriccio della natura scolpito da millenni di vento e onde.

Ma prima di arrivarci abbiamo fatto una tappa che mi ha lasciato il segno: il laboratorio di Hannah una ragazza che recupera tessuti e vecchie stoffe di cotone e persino canapa, decorandole con le piante. Il suo processo è affascinante e sfrutta tutti gli elementi della natura. Dopo aver raccolto le piante e averle avvolte nelle stoffe, si reca alle favare — le fumarole vulcaniche — dove le lascia “cuocere” nei vapori caldi, così che le piante imprimano nei tessuti i loro colori e la loro energia. Poi, per fissare i colori, va al mare a sciacquarle nell’acqua salata. Infine le fa asciugare all’aria. Il risultato sono pezzi unici — federe, borse, astucci, lenzuola — in cui c’è racchiusa tutta la natura di Pantelleria. Portarsi a casa uno dei suoi prodotti significa davvero portarsi a casa un pezzo dell’isola.

Le due cale, purtroppo, erano inagibili: una a causa del maestrale, l’altra per lavori in corso. Siamo andati direttamente all’Arco, dove abbiamo deciso di fermarci e goderci il posto. Il vento si faceva sentire e il mare era mosso. Non tutti se la sono sentita di fare il bagno — io per prima ci ho messo un po’ a decidermi. Poi mi sono lasciata andare, ed era come stare in un idromassaggio naturale! Ma la corrente era forte e l’ambiente molto roccioso: serviva la massima attenzione, e non mi sono fidata a restare in acqua a lungo. Mia mamma, intanto, se ne stava tranquilla su una roccia in disparte… completamente al sole, prendendosi una strinata colossale!

Anche quella sera, una cena in un posto magico: la Azienda agricola Biologica Emanuela Bonomo, dove ci aspettava una degustazione di vini accompagnata dai loro prodotti, su una splendida terrazza affacciata sul tramonto. Salsine, capperi, olive, patè di ogni tipo, mandorle tostate, marmellate di arance e limoni, nettare d’uva… I capperi di Pantelleria, va detto, sono un’eccellenza riconosciuta in tutto il mondo, così come il passito ottenuto dallo zibibbo coltivato ad alberello, una tecnica così unica da essere Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Oltre alla degustazione abbiamo fatto incetta nel loro negozietto, nel tentativo (bellissimo) di portarci a casa un po’ dei sapori di quell’isola meravigliosa.

Venerdì 3 luglio: l’integrazione, le favare e la terra che respira

La settimana era volata. Eravamo agli sgoccioli, ed era tempo di integrare tutti gli elementi tra loro. Abbiamo iniziato con una pratica bella energica, richiamando ogni elemento della natura, e poi ci siamo diretti verso la nostra ultima, meravigliosa escursione: le favare.

Il meteo era incerto e nuvoloso, ma in realtà ci ha facilitato il cammino, evitandoci il sole cocente. Anche quel giorno abbiamo raggiunto Peppe a Scauri e insieme siamo partiti in auto verso il punto di partenza. Il percorso era a ferro di cavallo, quindi abbiamo dovuto sistemare le macchine con strategia per poterle recuperare tutte al ritorno. E poi via, per 7 chilometri in una terra che respira.

Le favare sono uno dei fenomeni più straordinari di Pantelleria: getti di vapore acqueo che fuoriescono dal sottosuolo, testimonianza della natura vulcanica ancora viva dell’isola. A poca distanza dalla partenza abbiamo trovato la prima: sembrava solo un buco tra due rocce appoggiate una sull’altra, ma passandoci sotto si entrava in una grotta da cui uscivano i vapori. Come un bagno turco, ma totalmente naturale. Quel posto emanava un’energia fortissima e ci è venuto spontaneo fermarci, prenderci per mano, chiudere gli occhi e restare semplicemente in ascolto per qualche minuto. Qualche minuto di magia pura, di quelli che solo provandoli si possono capire.

Uscite dalla grotta abbiamo proseguito lungo il sentiero, in una vallata verdissima con scorci mozzafiato sul mare. A un certo punto ci siamo fermati su una bellissima roccia all’ombra, tra le piante, e Peppe ha iniziato a raccontarci storie di vita legate a quel luogo, lasciandoci ammaliate. Poi, di nuovo in cammino. Scollinando, il paesaggio è cambiato: si è fatto più brullo. Ai bordi del sentiero comparivano colate di zolfo, la terra e la roccia cambiavano colore, e ogni tanto piccole buche lasciavano uscire il vapore. Siamo arrivati a un’altra favara, grande, dove ci siamo seduti e Peppe ci ha di nuovo travolto con le sue storie di isola. Abbiamo concluso quella gita meravigliosa pranzando al bar, aspettando il recupero delle auto, per poi rientrare in struttura.

La sera ci siamo ritrovati per l’ultima pratica insieme. Il nostro viaggio tra gli elementi si è chiuso con la descrizione dei tre principali dosha — Vata, Pitta e Kapha — con ognuno che cercava di riconoscere il proprio profilo. E poi il gruppo si è unito nei ringraziamenti, in uno scambio di impressioni, gratitudine, emozioni.

Per l’ultima cena, un altro posto magico: il Ristorante La Vela, a Scauri, di fronte al mare. Prima ancora di ordinare, un paio di ragazze si sono avvicinate e mi hanno allungato una borsina con dentro un regalino: una pallina di Natale di Pantelleria. Un pensiero bellissimo, che mi ha fatto subito immaginare il futuro: tra qualche mese, quando sarò coperta da maglioni pesanti col riscaldamento acceso e tirerò fuori le decorazioni per l’albero, nel momento in cui prenderò in mano quella pallina la mia mente tornerà qui. Ai sorrisi, agli abbracci, al colore del mare, al profumo di Pantelleria. E per un istante sarò di nuovo grata per aver vissuto tutto questo.

Sabato 4 luglio: il rientro e ciò che mi porto a casa

L’indomani mi aspettava l’ultima levataccia sull’isola per raggiungere l’aeroporto. Sarei partita prima di tutti, quindi è arrivato il momento dei saluti e degli abbracci.

Mi porto a casa il ricordo di un’isola davvero meravigliosa, al di sopra di ogni mia aspettativa — perché non immaginavo di trovare tanta biodiversità in un fazzoletto di terra così piccolo. La sensazione di un’isola dalla personalità aperta, creativa, concreta: modellata, plasmata, ispirata e dominata dagli elementi che la abitano e che ne fanno da padroni.

Mi porto a casa i sorrisi, gli sguardi, la presenza di un gruppo che sembrava quasi rispecchiare la biodiversità dell’isola: persone molto diverse tra loro, che però si sono tutte messe in gioco per trovare un equilibrio comune.

E mi porto a casa così la mia prima esperienza di vacanza yoga e il privilegio di averla vissuta anche con la mia mamma  — quella in cui sono convinta di aver imparato più di quanto ho dato, pur avendo dato tutto il massimo che potevo.

Grazie, Pantelleria, perla nera del Mediterraneo. Dicono che di te o ci si innamora o ti si odia. Io appartengo senza dubbio alla prima categoria. E non vedo l’ora di tornare.

Le nostre pratiche e altri scatti belli

Ringraziamenti speciali

Un grazie di cuore a Michela, prima di tutto, che mi ha aiutato a organizzare questo viaggio e mi ha supportato in ogni momento con la sua presenza discreta e preziosa. A Peppe, che ci ha fatto conoscere e innamorare dell’isola attraverso i suoi occhi. E al tour operator Viaggi e Miraggi, che ha reso reale l’idea che avevo in mente.

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